Martedì, 23 Giugno 2026 08:13

Tutte le lingue del calcio mondiale che non parla più italiano!

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Cento lingue e mille dialetti, ma se si parla italiano il calcio non capisce, scrolla le spalle e passa oltre. Al Mondiale che ha subito catalizzato l'attenzione - tra stadi per noi da fantascienza e......

un'organizzazione fin qui perfetta - non manca semplicemente l'Italia intesa come Nazionale, manca l'Italia come cultura e movimento calcistici, sorry baby, io non ti conosco, io non so chi sei.

Alla manifestazione spalmata per la prima volta in tre Stati, non abbiamo calciatori, ovviamente, a parte gli stranieri che giocano da noi (e se la scena se la prendono per ora Ostigard e David siamo proprio messi male), abbiamo solo tre allenatori - e due non è che abbiano fatto una gran figura, al netto del livello tecnico dell'Uzbekistan che ha più consonanti che attaccanti - abbiamo un piccolo manipolo di arbitri che strabuzza gli occhi davanti alla gestione fluida delle gare da parte dei colleghi; non abbiamo e infatti non si segnalano contributi tattici o spunti di gioco nati o sviluppati tra Alpi e Appennini e tra Tirreno e Adriatico.

 

Insomma: pallide comparse siamo e pallide comparse restiamo. Mentre il pallone colora questi nostri sempre più accaldati giorni, qui da noi si vivono “emozioni forti”: una nuova presidenza federale rigidamente over 60; stadi fatiscenti e vecchi come le promesse di molti presidenti, incapaci di riqualificarli o di costruirne di nuovi e più moderni, bravissimi a parole ma bocciati dai fatti; difensori italiani con un solo campionato di A alle spalle ma valutati un botto; attaccanti e fantasisti incapaci di far gol ma assai talentuosi e autentici fuoriclasse se c'è da rinnovare o adeguare contratti e pretendere bonus alla firma; allenatori strapagati eppure non in grado di elaborare e sperimentare novità di gioco (Zeman che nostalgia); e mettiamoci anche giornali, radio, tivù, blog, siti, podcast solerti e veloci nel criticare e bacchettare realtà e protagonisti che non appartengono al loro bacino di utenza, però incredibilmente distratti o assenti sui problemi del loro piccolo mondo antico.

 

Con questa gustosa miscela, con questo attraente menù stellato, con questo scenario da film di basso livello dove credevamo di andare? Ci si nascondeva (e tuttora ci si nasconde) dietro quattro stelle sulla maglia e con costanza degna di miglior causa si insiste a guardare pagliuzze altrui ignorando travi proprie. Difficile elaborare rimedi o escogitare soluzioni, ci sarebbe da rifondare tutto se non mancassero volontà e coraggio, se non si trascurassero spesso volontariamente i settori giovanili, se nelle scuole calcio si insegnasse la tecnica di base e non a inseguire “piedi invertiti”, “blocco basso”, “castello difensivo”, se non si inseguissero i soldi delle tivù senza programmare né costruire. Se insomma non fossimo in Italia ma in qualsiasi altro paese civile e lungimirante.

 

Arriverà un nuovo presidente federale, sceglieranno un “nuovo-vecchio” commissario tecnico, i presidenti spenderanno nuove parole e promesse, gli allenatori faranno nuovi esperimenti. Tutto vero, però di nuovo ci sarà davvero poco. Intanto sul ponte sventola bandiera bianca, anzi, tricolore, diventato ormai simbolo di resa.

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Gigi Amati

Gigi Amati, napoletano classe 1960, giornalista professionista, segue il calcio ed è appassionato di filosofia, cinema e letteratura.
Ha iniziato al Giornale di Napoli a fine anni '80, poi collaborazioni con quotidiani nazionali, una parentesi al Roma e quindi l'incarico di addetto stampa del Napoli calcio. Finita l'esperienza nella comunicazione sportiva, è iniziata la lunga stagione salernitana con oltre vent'anni al quotidiano La Città e un anno al Quotidiano del Sud. Attualmente è freelance: collabora al Roma con una rubrica settimanale di satira calcistica ed è spesso ospite di trasmissioni televisive su emittenti locali. È anche consigliere regionale dell'Ussi, il sindacato giornalisti sportivi.

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