Non c’è da perdere tempo contro chi persevera a perdere tempo, però purtroppo resta spesso tempo perso. Si tratta di calcio, certo, e ci sono ormai arrivati anche i cervelloni dell’Ifab, il board sacro custode delle sacre regole del football. Fra le tante piaghe che affliggono il corpaccione del nostro calcio, resta aperta e purulenta quella dell’antica, solida, inscalfibile, inossidabile, indelebile abitudine a perdere tempo con i modi e i mezzi più antisportivi del mondo quando ci si trova in situazioni di vantaggio. Non è malcostume solo italico, va chiarito subito, ma qui da noi, dove la furbizia è virtù e la correttezza vizio, quel malcostume diventa vanto, un distintivo che viene appuntato con orgoglio al bavero della giacca, una consuetudine vista con bonaria accondiscendenza quando non sollecitata esplicitamente. Del resto quando viene esaltato e glorificato un gol segnato con la mano – per ammissione esplicita del protagonista - e quel gesto diventa addirittura orgoglio e vessillo di una tifoseria intera, soggetto di statue e foto e poster e magari canzoni e film, beh, mi scusino o mi insultino pure gli interessati, ma siamo abbastanza lontani dal concetto di sportività.
Di cosa scriviamo lo sanno, lo sappiamo bene tutti, è una lista della vergogna che pure viene trasmessa e insegnata presto, fin dalle giovanili, e senza che nessuno batta mai ciglio. Proviamo a fare un elenco, fatalmente incompleto, ricordando che si tratta di atteggiamenti e comportamenti che riguardano nella quasi totalità dei casi le squadre che stanno vincendo e i minuti conclusivi di una partita: il portiere blocca un innocuo cross e con la palla fra le braccia, senza motivo alcuno e senza né avversari né compagni intorno si butta a terra e lì resta per una discreta manciata di secondi; ad ogni punizione fischiata a sfavore, viene sempre allontanata la palla dal posto del fallo, anche se si è lontani quaranta metri dalla propria porta (basterebbe ammonire chi lo fa, come estrarre il giallo per chi chiede l’ammonizione dell’avversario); durante il recupero – lungo o breve che sia – l’allenatore fa una o due sostituzioni e oltre a cambiare il calciatore che in quel momento è lontano dalla panchina (trucco vecchio e sperimentatissimo nei campi di serie C e serie D di secoli fa però adottato ancora oggi e anche da tecnico considerati superstar), sistematicamente accade questo: il calciatore sostituito finge di non accorgersi subito della lavagnetta poi, quando proprio non può farne a meno, si avvia a bordo campo con la stessa lentezza di una pratica burocratica in un ufficio pubblico e lascia il campo dopo lunghi secondi e non prima di aver stretto la mano all’arbitro e salutato tutti, manco fosse a un matrimonio; dopo una fallo subìto, la povera “vittima”, resta dolorante a terra per molto tempo, almeno quello necessario all’ingresso – lento – dei medici e massaggiatori, esalando quasi l’ultimo respiro salvo poi resuscitare quando vengono portati a bordo campo; un’eventuale rimessa laterale viene effettuata dopo aver guadagnato minimo venti metri così da essere richiamati dall’arbitro e tornare indietro perdendo altri secondi; poi la più antisportiva di tutte: quando si è in possesso di palla, andare a tutti i costi verso la bandierina dell’angolo nell’area avversaria rinunciando a giocare. Tutto questo mentre l’ineffabile arbitro indica che recupererà tutto e invece allunga il tempo di massimo trenta secondo a fronte dei minuti interi persi dagli interpreti della sceneggiata appena descritta.
È ormai talmente scandaloso che, come già scritto all’inizio, anche i soloni dell’Ifab stanno cercando rimedi, alcuni già approvati e messi in atto: i palloni a bordocampo, così da evitarne la scomparsa se la squadra di casa sta vincendo; il divieto per il portiere di prendere la palla con le mani in caso di retropassaggio, base storica dell’antica e rimpianta (da molti) melina; da poco gli otto secondi di tempo massimo sempre per il portiere per rinviare. Allo studio ci sono invece lo stop di due minuti per i calciatori che escono dal campo dopo il soccorso medico e un tempo limite per effettuare le sostituzioni. Sarà probabilmente uno sforzo inutile, giacché i cambiamenti andrebbero fatti nella mentalità, perché fin quando la furbizia e l’antisportività saranno viste con favore, ogni regola sarà seguita a breve dal trucco o dalla scorrettezza utile a eluderla. È però il segno del livello d’allarme raggiunto da questo malcostume e non lo si può ignorare, sempre che il nostro calcio lo si voglia ancora continuare a chiamare sport.
Restano attuali le grandi domande che accompagnano la nostra vita: chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? soprattutto perché i crampi colpiscono nel finale di partita sempre i calciatori delle squadre che stanno vincendo?