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Divieto di sosta: il sogno proibito dei presidenti-vigili urbani

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Divieto di sosta. Eccolo, il vero sogno proibito della disastrata Serie A, insieme ovviamente alle mani libere sui bilanci, alle plusvalenze senza regole e al var solo se a proprio vantaggio. I presidenti di società, in un remoto passato apostrofati come “ricchi scemi”, oggi sembrano aspiranti......

vigili urbani pronti a multare chi ferma il campionato per dare spazio alla Nazionale, nel rispetto della miope logica bottegaia che come sempre li anima. Il sogno, o meglio, la pretesa nasce dalla conta dei calciatori che rientrano infortunati dagli impegni con le rispettive selezioni, accidenti naturalmente imprevedibili per i quali non sono ritenuti sufficienti i ristori economici previsti dalle federazioni.
Il dato e l'allarme sono reali, sì, però incompleti, come sempre distorti a proprio uso e consumo. Tralasciando il richiamo al valore sportivo ed etico delle nazionali - sarebbe troppo per chi conosce e riconosce solo il metaforico tintinnìo dei soldi in cassa - i presidenti fingono di ignorare che gli infortuni soprattutto muscolari negli ultimi tempi si sono moltiplicati in proporzione diretta con il moltiplicarsi degli impegni delle società e la diminuzione degli allenamenti. Effetti, questi, il cui motore principale è il denaro, ovvio, da cercare dovunque e comunque, fra calendari intasati per prostrarsi alle televisioni e tournée estive - ma anche invernali, perché no - alle latitudini più insensate, intere settimane fatte più di trasferimenti, aeroporti, stazioni, alberghi e pullman più che di allenamenti, e inevitabili stress muscolari correlati.
Mentre però gli uffici amministrativi delle società si fregano le mani contando i soldini, i presidenti fanno in pubblico la faccia truce contro le nazionali che “danneggiano” i calciatori, e sbraitano chiedendo più ristori o addirittura vaneggiando l'idea di rifiutare I tesserati alle selezioni. Lo sfondo ideale delle loro pretese, l'elegante separée per nascondere le nudità, è il concetto “noi li paghiamo e dobbiamo anche subire i danni”. A loro sembra che il discorso fili e forse potrebbe sembrarlo anche in generale, visto che pure nel calcio - come nella società cosiddetta civile e perfino nei rapporti umani - comanda il denaro. Ma in realtà non fila proprio per niente, il discorso, perché le sorti della selezione nazionale vengono o dovrebbero venire prima di ogni altra cosa e perché, come sottolineato, la maggior parte degli infortuni muscolari avvengono con la squadra di club.
Se proprio i presidenti-vigili urbani ritengono che le convocazioni azzurre siano dannose, dimostrino coraggio e determinazione e facciano così: evitino di acquistare giovani calciatori dal brillante futuro e con la propria nazionale nel destino, si limitino a tesserare mezze calzette e vecchi tromboni, smettano di mostrare orgoglio per le rose competitive e si godano stagioni serene e tranquille. Un po’ come per la qualificazione alle coppe europee: si affannato, si scannano, si sgambettare, litigano per accedere alla Champions, o comunque a una competizione continentale, poi si lamentano per il calendario intasato: e torniamo al discorso originale, quello nel quale le cause sono scambiate per effetti e viceversa. Non lottassero più per entrare nelle coppe: un tranquillo campionato di metà classifica, nessun convocato, settimana regolari di lavoro, e vissero tutti sani e contenti.
Povero Dante: vivesse oggi, quel famoso verso lo scriverebbe così: il denaro che move l'amore e l'altre stelle.

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