al 6 per cento dei ricavi dell’intero movimento con un particolare non tanto insignificante: questi soldi sono volati via dal recinto collettivo, non si tratta infatti di denaro scambiato fra le società, ma di soldi finiti sui conti correnti di agenti e procuratori, moneta sparita, dal circuito, puff, e ovviamente destinata a non tornare mai più indietro. E per restare in tema di numeri e cifre, nei dieci anni presi di riferimento dallo studio della Figc, i pagamenti ai rappresentanti dei calciatori - oggi si chiamano diplomaticamente “oneri aggiuntivi” - sono addirittura triplicati: nel 2015 le società di Serie A avevano speso 84 milioni, dieci anni dopo, appunto, nel 2025 sono diventati 249,4 milioni, 250 per comodità di ragionamento: e non sappiamo se e quanto “nero” esiste in operazioni di questo spessore economico.
Viene da sorridere, se non addirittura da ridere pensando che questi soldi sono usciti dalle tasche di società e presidenti costantemente con il cappello in mano di fronte allo stato chiedendo ogni tipo di aiuto e sgravio: basti per tutto il decreto crescita. Società e presidenti che senza i soldi delle televisioni sarebbero davvero a chiedere l’elemosina, società e presidenti che gettano denaro in folli campagne acquisti e si accapigliano tra di loro e con gli arbitri nel tentativo di acciuffare uno dei quattro posti (fino a quando?, visto il livello del nostro calcio) che danno accesso ai soldi a valanga della Champions League, che andrebbe oramai ribattezzata Euro League, ma non nel senso della moneta comune ma in quello del denaro che garantisce, Lega dei Soldi, ecco il nome giusto. Dunque, riprendendo il filo, i presidenti spendono e sprecano, gettano soldi dalla finestra, pagano staff mostruosi con ruoli assurdi e sovrapposti, litigano per il var, guardano la pagliuzza nell’occhio dell’avversario e non la trave nel loro, senza vergogna supplicano denaro dallo Stato dipingendo le loro richieste con la nobile vernice dei “progetti” e dei “decaloghi” da so-tutto-io-so-come-si-fa-ho-la-soluzione-giusta; e poi allegramente in dieci anni due miliardi per “oneri aggiuntivi”. Non salta per caso agli occhi che parliamo di quello stesso calcio in crisi tecnica perenne? Quello bravo solo a non qualificarsi per tre volte di seguito ai Mondiali, inetto nella gestione dei settori giovanili, inadeguato nella costruzione di rose piene di stranieri che si riflettono in una Nazionale per la quale si fa fatica a trovare titolari, abile soltanto a esaltare ragazzi di ventitrè/ventiquattro anni che esordiscono in prima squadra laddove nei campionati esteri i pari età hanno già disputato tre o quattro stagioni da titolari inamovibili? Ebbene sì, parliamo dello stesso calcio, e lo facciamo anche noi senza vergognarcene abbastanza, impantanandoci nella discussione su quali saranno il nuovo presidente federale e il nuovo commissario tecnico scambiando la causa per l’effetto e il problema per la soluzione.
Tanto per avere un’idea della dimensione rilevata dallo studio Figc, ecco una classifica diversa da quella del campionato: Juventus (dal 2015 al 2025 pagati ai procuratori 359,4 milioni, il 18,07 per cento del totale), Inter (236,4 milioni), Roma (203,3 milioni), Milan (172,7 milioni) e Napoli (129,5 milioni). Citazione di merito, una volta tanto, per Lotito, che in dieci anni ha limitato la spesa a 58,8 milioni, una media di 5 milioni a stagione contro i 35 della Juventus. Così è se vi pare. I numeri questi sono, le lamentele dei presidenti le conosciamo, lo stato del calcio italiano anche. Succederà qualcosa, cambierà qualcosa? Si troverà una soluzione? Legittimo e facile dubitarne. Perplessità da scrivere con nove zeri, questo è sicuro.